LA GUERRA NON PUÒ MAI ESSERE LA SOLUZIONE
Il concetto di pace per il Buddismo di Nichiren riveste un’importanza centrale. Basti pensare che, dopo aver proclamato Nam myoho renge kyo il 28 aprile 1253, proprio Nichiren Daishonin inviò il 16 luglio 1260 al reggente Hojo Tokiyori un’opera dal titolo eloquente, inequivocabile: Adottare l’insegnamento corretto per la pace nel paese. Nel testo – un dialogo immaginario tra un ospite e un padrone di casa -, Nichiren scrive:
“Se vi preoccupate anche solo un po’ della vostra sicurezza personale, dovreste prima di tutto pregare per l’ordine e la tranquillità in tutti e quattro i quadranti del paese”
RSND, 1, 25.
L’autore sottolinea che le guerre, le epidemie e le catastrofi naturali avvenute nel Giappone dell’epoca fossero state dovute al fatto che le persone, invece di abbracciare il Sutra del Loto – contenente l’insegnamento definitivo del Budda storico Shakyamuni, che stabilisce che tutte le persone hanno pari dignità e possono conseguire la Buddità nella loro esistenza presente -, si affidavano ad insegnamenti e credenze erronee. Queste non rispettavano la dignità della vita: sostenevano invece che le persone sarebbero potute diventare felici solo dopo la morte.
In generale, se pensiamo alla guerra, ci potremmo immaginare lo scontro di due eserciti sul campo. In realtà, la dimensione della guerra non è solo questo, ma va ben più oltre. La guerra è spesso nel nostro quotidiano: in famiglia, a lavoro, a scuola, all’università, e così via. A un’attenta analisi, la guerra corrisponde a un determinato modo di pensare, parlare ed agire. Allo stesso modo, non possiamo pensare alla pace semplicemente come assenza di conflitto. Scrive infatti D. Ikeda, il terzo presidente della Soka Gakkai:
“La pace non è solo assenza di guerra. La vera pace esiste quando le persone sono capaci di vivere in maniera puramente umanistica, traboccanti di speranza e di energia”
NR, 955.
LA PACE RIGUARDA ANCHE I NOSTRI VALORI
Ma quando viviamo in una pace vera, autentica? Quando viene rispettata la dignità della vita; quando si mettono in primo piano il rispetto e l’inclusione, la compassione e la giustizia, l’empatia e la lotta alle disuguaglianze. Il concetto di pace non riguarda, quindi, unicamente la politica internazionale, ma la nostra vita di tutti i giorni. Molti sostengono che il nostro tempo sia caratterizzato da una crisi profonda, anche di tipo prettamente valoriale. Infatti, al posto della gentilezza, dell’altruismo e della cura dell’altro, si stanno affermando – pericolosamente – disvalori come l’egoismo e l’individualismo, la violenza e lo sfruttamento, la sopraffazione, il dominio del più forte sul più debole: la disumanizzazione dell’avversario. Il problema è che, all’interno di queste logiche, a 80 anni dalla tragedia della Seconda guerra mondiale, si sta tornando sciaguratamente a vedere come “normale” la risoluzione dei conflitti attraverso l’uso delle armi (persino quelle atomiche). Quanto sono vere, in questo senso, le parole di D. Ikeda: “Niente è più barbaro della guerra. Niente è più crudele. […]” (RU, 1, 1).
PACE È UN CONCETTO DINAMICO: USARE LA CREATIVITÀ PER CREARE VALORE
È chiaro che il conflitto è parte integrante dell’esistenza. Basta guardare qualsiasi documentario sugli animali per capire come in natura si assista a una lotta senza quartiere per la sopravvivenza. Le bestie più forti vincono le più deboli: la morte è sempre dietro l’angolo. In questo senso, coglieva nel segno il filosofo greco Eraclito, quando diceva che Pòlemos, la “guerra”, è padre di tutte le cose. A ben vedere, anche per il Buddismo di Nichiren ci sono due impulsi vitali principali: costruzione e distruzione. Non è altro che la lotta tra la parte illuminata della vita (la Buddità) e quella oscurata, detta anche oscurità fondamentale o ignoranza, che non vede che noi stessi e gli altri siamo Budda perfettamente dotati, degni di rispetto e dal potenziale infinito. Quando prevale l’oscurità, vincono la sofferenza, la discriminazione, la disunità. Questa eterna lotta riguarda tanto l’universo intero, sulla grande scala, quanto la nostra stessa vita, sulla piccola scala. Ma come possiamo far emergere e far prevalere la parte illuminata? Attraverso la recitazione di Nam myoho renge kyo davanti al Gohonzon e attraverso la nostra decisione personale. È in questo modo che illuminiamo noi stessi e il nostro ambiente esterno: così facendo, come insegna il principio buddista, trasformiamo il veleno (un aspetto negativo della nostra vita, una sofferenza, un ostacolo) in medicina (una causa per espandere il nostro stato vitale, accumulare fortuna e superare i nostri limiti).
Dunque, se il conflitto è qualcosa di insito nella natura delle cose, la pace è invece un prodotto della creatività degli esseri umani (in antitesi per eccellenza con la disumanità e la distruzione della guerra). Non è un caso che proprio il termine “pace” derivi dal latino pax, che a sua volta viene dalla radice indoeuropea *pak-, che significa “fissare”, “pattuire”, “unire”, “legare”, “saldare”. Se ci pensiamo, queste sono tutte azioni che gli esseri umani possono realizzare. Il nodo fondamentale risiede in dove indirizziamo la nostra creatività. Tutto parte dalle scelte che compiamo nel quotidiano. Infatti, la pace non è la semplice pacificazione dopo uno scontro, non è qualcosa di statico e granitico. È piuttosto qualcosa di dinamico, che si rapporta di continuo con il divenire della realtà, con tutti i suoi contraddittori cambiamenti che cercano di schiacciarla. È centrale, in questo senso, il principio della rivoluzione umana, il percorso di autoriforma personale che si attua praticando il Buddismo di Nichiren e seguendo gli incoraggiamenti di D. Ikeda. Quest’ultimo ha scritto: “La rivoluzione umana di un singolo individuo contribuirà al cambiamento nel destino di una nazione e condurrà infine a un cambiamento di tutta l’umanità” (RU, 1, IV). D. Ikeda dice anche: “La rivoluzione umana è una rivoluzione nelle azioni e nel comportamento. Vuol dire impegnarsi deliberatamente in un comportamento basato sulla compassione. […] Consiste in un rapido miglioramento e in una crescita che continua tutta la vita […]. Porta simultaneamente a una rivoluzione della società e dell’ambiente” (D. Ikeda, Cos’è la rivoluzione umana, 5-13).
Decidendo di diventare campioni e campionesse di pace nel nostro ambiente personale, attraverso i nostri pensieri, le nostre parole, le nostre azioni basate sulla recitazione di Nam myoho renge kyo, attraverso l’uso continuo del dialogo, contribuiamo a cambiare profondamente la tendenza di base della nostra società. Dato che tanto le guerre quanto la pace, come si è detto, dipendono dalle azioni degli esseri umani, per costruire la pace – sia localmente che globalmente – non ci rimane che affinare sempre di più la nostra stessa umanità, diventando ogni giorno noi per primi la versione migliore di noi stessi, attraverso la pratica buddista e gli ideali umanistici che condividiamo.
LA PACE E LA MENTE: ILLUMINARE I NOSTRI PENSIERI
Per creare la pace intorno a noi, il primo scoglio che incontriamo è la guerra che abbiamo dentro di noi, il conflitto perenne che risiede nella nostra mente. Qui fluisce una marea di pensieri di varia natura, che si scontrano freneticamente, portandoci a provare emozioni opposte, a sperimentare stati vitali ogni volta differenti, i quali si proiettano poi sul nostro ambiente personale. Non a caso, si dice che col Buddismo si può raggiungere la “pace della mente”. Ma come fare? Non certo azzerando i pensieri. Non possiamo nemmeno forzarci a pensare e a sentire cose che però non proviamo realmente, perché in questo modo perderemmo la nostra individualità. Nichiren insegna l’importanza di non lasciare che la mente diventi la nostra maestra, ma che noi diventiamo i maestri della nostra mente. La chiave risiede nella corretta pratica buddista e nel compiere azioni coerenti rispetto ad essa.
Quando recitiamo Nam myoho renge kyo, infatti, illuminiamo i nostri pensieri, facendo emergere la Buddità che è già in noi. In generale, il Budda non è un essere privo di pensieri (ne ha invece moltissimi), né vive in un luogo lontano dalla società. La differenza sta nel fatto che, quando pensa – e poi agisce -, è caratterizzato profondamente da coraggio, compassione, forza vitale e saggezza: elementi che risiedono già nella profondità della sua vita e che possono essere attivati grazie alla recitazione di Nam myoho renge kyo. Il Budda riconosce e rispetta inoltre gli altri esseri umani come esseri degni del massimo rispetto, perché Budda come lui. Vede con ottimismo e speranza le difficoltà della vita, perché opportunità di trasformazione e di miglioramento.
Non c’è niente di astratto o di trascendentale in tutto questo. Più ci sforziamo sinceramente nella fede, portando prove concrete nella nostra vita della validità e dell’infinito potere della pratica buddista, aiutando gli altri a diventare felici e incoraggiandoli, più stabilizziamo in noi lo stato vitale della Buddità. Ecco che così realizziamo in noi la cosiddetta “pace della mente”: anche in questo caso, è una pace dinamica, in continua evoluzione, autentica. A questo proposito, proprio Nichiren scrive:
“Una mente annebbiata dalle illusioni derivate dall’oscurità innata è come uno specchio appannato che, però, una volta lucidato, sicuramente diverrà limpido e rifletterà la natura essenziale dei fenomeni e il vero aspetto della realtà. Risveglia in te una profonda fede e lucida con cura il tuo specchio notte e giorno. Come dovresti lucidarlo? Solo recitando Nam myoho renge kyo”
RSND, 1, 4.
