Scarica qui il pdf del Numero #9 / 2018

Jody, Düsseldorf – Germania

RIMANESE FEDELI A VOI STESSI

Lo scorso anno ho terminato i miei studi in Belle Arti dopo sette anni. Iniziai a praticare il Buddismo di Nichiren Daishonin quando avevo 15 anni.

All’età di 17 decisi di studiare Belle Arti all’accademia di Düsseldorf, una rinomata accademia d’arte. Dopo aver finito il liceo iniziai a recitare con questa determinazione: “Io andrò lì, se non quest’anno, allora il prossimo, se non il prossimo allora quello seguente, finché non mi ammettono”. L’ammissione arrivò al primo tentativo, fu un’emozione fantastica. Ero super entusiasta di poter finalmente incontrare persone che condividevano il mio stesso sogno. Durante il liceo venivo trattata come quella strana e mi sentivo divisa tra due realtà: infatti avevo due gruppi di amici che non si piacevano e spesso non mi sentivo a mio agio nell’essere me stessa al 100%. A 19 anni andai via di casa per iniziare la mia vita da studentessa in una nuova città. Il contesto pieno di eccessi diede il benvenuto a braccia aperte alle mie tendenze autodistruttive ed io mi ci lanciai volentieri dentro. Fin dall’inizio ebbi buoni risultati e riscontri positivi negli studi. Dopo il mio primo anno all’Accademia arrivai al punto che mi sentivo addirittura annoiata dal mio stesso successo. Nello stesso periodo partecipai al mio primo Corso Europeo Studenti a Trets, era il 2011. Lì incontrai un giovane uomo del Regno Unito, che guarda caso studiava Belle Arti anche lui. Egli mi chiese dal nulla: “Qual è la tua determinazione riguardo l’arte?”. Mi colpì che non sapevo come rispondere. Gli chiesi allora: “Insomma, qual è la tua?” e lui rispose: “Voglio diventare il più grande artista del 21esimo secolo per provare la grandezza di questo buddismo.” Ecco, questo era qualcosa su cui non avevo mai riflettuto prima: qual è il legame tra la mia pratica buddista e la mia arte? E così, un misto di competitività e profonda brama di maggiore significato nella mia arte mi condussero verso la sessione di microfono aperto in cui determinai: “Dato che Jack Davis (il giovane uomo che mi aveva fatto quella domanda) sarà già il più grande artista del 21esimo secolo, io sono determinata a diventare l’artista che creerà il maggior cambiamento sociale nel 21esimo secolo”. Ragazzi, state attenti a ciò che desiderate, non potreste immaginare cosa ci vuole per realizzarlo. L’anno seguente incontrai i primi ostacoli nella mia arte. Non era certo ciò che volevo: più che essere consapevole di ciò che facevo andavo meramente a caso. Allo stesso tempo molte cose di cui facevo esperienza nel mondo dell’arte mi turbavano. Il mercato dell’arte sembrava più importante del contenuto dell’arte. Le persone si comportavano come squali in una vasca. Il successo sembrava basarsi più sulle capacità di socializzare e sui contatti che avevi piuttosto che sulla qualità. E lasciate che ve lo dica, io sono davvero un disastro a legare con le persone. Più perdevo il controllo su ciò che stavo facendo più compensavo esagerando il controllo sulle cose che riuscivo a definire. Iniziai ad evitare le inaugurazioni delle mostre, rimanevo a casa invece di andare nel mio studio d’arte. Sviluppai un disturbo alimentare e persi peso. Il mondo di collera e avidità ebbero la meglio su di me. Nel 2013 frequentai il mio primo corso nazionale studenti. Durante questo corso fui incoraggiata dai miei amici a riconoscere di nuovo la mia Buddità, e così determinai di fare un nuovo voto: io sarò il pilastro, io sarò gli occhi, io sarò la grande vascello dell’accademia d’arte di Dusseldorf, il posto che odiavo e amavo allo stesso tempo. Era il voto di assumermi la responsabilità del mio ambiente.
Alla fine dell’anno non ero riuscita a realizzare quasi nessuno dei miei obiettivi che mi ero messa e caddi in uno stato mentale ancora più buio. Fu un periodo buissimo ma in retrospettiva fu l’inizio di un grandioso processo di guarigione. Fu in quello che finora è stato il periodo più buio della mia vita che, all’inizio del 2014, fui travolta da varie responsabilità all’interno della Soka Gakkai. Fui nominata vice responsabile nazionale studenti, mi fu proposto di partecipare al corso europeo di studio a Milano, mi fu proposta la responsabilità giovani donne di hombu, per il nostro hombu appena formato, e ultimo ma non ultimo mi fu chiesto: “Ti piacerebbe andare in Giappone?”
Dissi di sì a tutto, pensando che non sarei riuscita a svolgere nessuna di queste responsabilità. Mi sentivo incapace, come fossi spazzatura. Il tutto peggiorava man mano che il viaggio in Giappone si avvicinava.
La mia esperienza in Giappone è un’altra storia da raccontarvi e troppo lunga per dargli spazio qui, ma tornata in Germania decisi: “Okay, adesso basta. Ne ho abbastanza. Lascerò gli studi. Non farò più parte di questo sistema, non soffrirò più in questo contesto tossico”. Decisi di diventare un clown professionista. Tornata a Dusseldorf, condivisi con il mio professore questa decisione. Lui mi diede tutto il suo supporto ma mi disse anche che non voleva che io abbandonassi l’Accademia perché ammirava il mio atteggiamento durante le lezioni e che secondo lui avrei dovuto considerare di rimanere nel mondo dell’arte invece di diventare un clown professionista. Nello stesso periodo i miei amici buddisti mi incoraggiarono ad affrontare la mia disperazione con il daimoku e così decisi di recitare per 7 giorni 7 ore al giorno. Con tanto sostegno dei compagni di fede ci riuscii. Al termine dei 7 giorni non ci furono benefici visibili immediati, nessun miracolo, ma qualcosa di più prezioso: la speranza. Decisi di riattivare un progetto che avevo iniziato all’inizio dell’anno. Allora avevo fondato una squadra di calcio all’accademia d’arte per contrastare le tendenze elitarie di quel mondo. Volevo far parte di un gruppo, volevo appartenere a qualcosa. Inoltre mi dissi: “Fingi di averlo realizzato finché non diventa realtà. Diventerò una fan di questo posto che detesto e lo celebrerò finché non lo amerò di nuovo!”.
Il mio progetto fu vistoso e spesso disgustoso per gli altri. Con la sua onesta ostilità e competizione era una bozza alternativa ai meccanismi insidiosi e taciuti del mondo dell’arte. Sebbene spesso travisata come una scusa artistica per una sorta di edonismo trovai dei nuovi compagni lungo la strada. Insieme fummo in grado di creare un’atmosfera di sostegno, riuscendo allo stesso tempo a criticare costruttivamente le strutture in cui eravamo.
Lungo il tragitto mi sentii spesso esausta e mettevo in dubbio me stessa. Diventare una clown nel mondo dell’arte è davvero una buona idea? Sto facendo la differenza? Ma gli altri continuavano ad incoraggiarmi: “Questo è il progetto che unisce gli studenti, potresti non sapere ancora dove conduce, ma ti prego di continuarlo.” Quando andai avanti, trovai un sostegno sempre maggiore e decisi di fare di questo progetto il centro della mia tesi di laurea.
Ma come potevo fare ciò? Come potevo presentare in accademia questo progetto che criticava proprio il mondo dell’arte e l’accademia stessa? Come potevo farlo valutare senza perderne il punto chiave? Fare ciò non equivaleva a riconoscere il sistema contro cui stavo lavorando? Così iniziai a recitare: questo progetto deve essere la manifestazione del Sutra del Loto. Voglio tenere il punto. Ma qual’era il mio punto? Che ognuno ed ogni cosa fa schifo? Che le persone di successo non meritano ciò che hanno? Mi ritrovai a fare i conti con la mia invidia, sfiducia e tendenza alla distruzione. Da un giorno all’altro la mia mente era cambiata: da voglio distruggere tutti a voglio celebrare tutti!
Alla ricerca di un’espressività positiva dei miei obiettivi fui in grado di vedere le mie tendenze che mi avevano fatto soffrire negli ultimi anni. Così continuai a recitare due ore di daimoku ogni giorno fino al giorno della mia laurea.
La mia laurea fu un grande successo. Con il titolo: “If the kids are united, they will never be invited”. Celebravo l’accademia. Questo posto, che finalmente amavo di nuovo e come mai avevo fatto prima. Piuttosto letteralmente scrissi su ogni muro: Siate uniti! Ed anche se feci un gran casino sporcando tutto e la mia performance fu argomento di accesi dibattiti tra studenti e professori, molte persone mi vennero a dire come il mio progetto fosse stato essenziale per il loro percorso accademico.
Alcuni mi dissero che anche se si sentivano a disagio o irritati con la mia arte, pensavano che fosse una delle cose più importanti accadute in accademia da molti anni. Ma soprattutto, sentivano nella mia arte un cuore che non vedevano nell’arte da molto tempo.
Riguardando indietro a tutti questi anni di lotte ora realizzo che non ci saranno mai posti o gruppi di persone che possono farti sentire a casa. Perché casa è dov’è il tuo cuore.
Durante quel periodo di lotta, il mio atteggiamento e il mio stato vitale erano spesso un ottimo punto di partenza per parlare di buddismo e le persone mi si avvicinavano per chiedermi come riuscissi a tenere la mia vita insieme.
È davvero come dice il Presidente Ikeda che ci incoraggia a scavare sotto i nostri piedi per trovare lì la sorgente riconoscendo che il posto in cui siamo è cruciale. Desidero davvero incoraggiarvi a lottare per ciò che amate. Rimanete fedeli a voi stessi e diventate membri indispensabili e sostenitori delle vostre comunità.

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