Scarica qui il pdf del Numero #11 / 2018

LEZIONI SUL GOSHO
LETTERA A SADO

LETTERA DA SADO

Prima parte
Scritto il 20 marzo 1272, a 52 anni, a Sado Destinato a Toki Jonin e a tutti i credenti

Percepire e stabilire lo scopo fondamentale della nostra esistenza è ciò che ci permette di provare un senso di profonda gioia e soddisfazione. Per quale scopo dovremmo usare questa nostra insostituibile vita? Il Daishonin risponde che se dedichiamo la nostra vita alla pratica del Buddismo senza risparmiarci possiamo conseguire la Buddità.

Per noi, non lesinare la vita significa recitare costantemente Nam-myoho-renge-kyo senza paura, impegnandoci con tutto il cuore a dare prova della nostra fede per il bene del mondo, per il bene del futuro e per il bene delle altre persone. La pratica buddista adatta all’Ultimo giorno della Legge è quella di shakubuku, che consiste nell’insegnare agli altri il principio fondamentale di Nam-myoho-renge-kyo così com’è. «Così ha fatto Nichiren», dice il Daishonin, esortando i discepoli a seguire il suo esempio. Nel mezzo di una disastrosa tempesta di persecuzioni il Budda dell’Ultimo giorno della Legge continuò ad avanzare con un cuore di leone, rifiutandosi di arretrare anche di un solo passo. Coloro che si alzano con questo spirito sono certi di conseguire la Buddità.

«Questa lettera è indirizzata a Toki ma deve essere mostrata a Saburo Saemon, al prete laico Okuratonotsuji Juro, alla monaca laica di Sajiki e agli altri miei discepoli.».

L’IMMENSA COMPASSIONE E PREOCCUPAZIONE DEL DAISHONIN PER I SUOI DISCEPOLI
Questo passo, che precede il corpo principale della lettera, indica i destinatari ai quali è specificamente indirizzata. Da queste righe traspare l’attenzione con la quale il Daishonin si rivolge individualmente ai suoi discepoli. La lettera però, come egli scrive alla fine, è formalmente rivolta a tutti «i discepoli di Nichiren e ai sostenitori laici». Fu redatta nel marzo del 1272 durante l’esilio del Daishonin sull’isola di Sado.
Nel poscritto egli aggiunge: «Vorrei che tutti i credenti sinceri si riunissero e s’incoraggiassero leggendo insieme questa lettera». A quel tempo i suoi seguaci di Kamakura erano bersagliati da una tempesta di persecuzioni e il Daishonin esorta con forza i credenti sinceri a mantenere uno stretto contatto fra loro e a basarsi sulla sua guida, unendosi saldamente per trionfare sulle difficoltà del momento. In un articolo su Lettera da Sado Toda scrisse: «Leggendo questo scritto mi colpisce profondamente il fatto che il Daishonin, nonostante fosse costantemente in pericolo di vita e si trovasse in condizioni di estrema povertà e nelle peggiori circostanze, dimostra comunque di nutrire per i suoi discepoli una preoccupazione, un calore e un affetto simili a quelli di un padre. L’immagine che viene alla mente è quella di onde leggere, baciate dal sole, che lambiscono tranquillamente la base di una maestosa roccia inespugnabile che si erge sul mare primaverile». Infatti, anche durante un esilio che metteva a rischio la sua stessa vita, il Daishonin continuava a dar prova della massima preoccupazione per il benessere dei discepoli, dimostrando uno stato vitale immenso e imperturbabile che il presidente Toda paragona ad una grande roccia che si erge sul mare a primavera. Senza dubbio Toda impiegò quest’analogia per rappresentare l’altissimo stato vitale e l’immensa compassione del Daishonin perché egli stesso aveva superato, per il bene del Buddismo, le persecuzioni delle autorità militari durante la seconda guerra mondiale, combattendo fino alla fine, proprio come il Daishonin, con una determinazione incrollabile e un coraggio da campione. Sfidare grandi difficoltà è ciò che ci permette di sviluppare illimitatamente il nostro stato vitale. Un maestro, o mentore, nel Buddismo è una persona che insegna questo principio fondamentale. Che incredibile fortuna è avere un simile maestro! La vera via di un discepolo è ricambiare questo profondo debito di gratitudine. Lettera da Sado si può leggere come una solenne promessa pervasa dello spirito essenziale del Buddismo, la profonda dedizione di maestro e discepolo alla loro comune missione.

«Fatemi sapere i nomi dei caduti nelle battaglie di Kyoto e di Kamakura. Inoltre fatemi pervenire per mezzo di chi verrà qui l’antologia di testi non buddisti, il secondo volume di Parole e frasi del Sutra del Loto e il quarto volume del Significato profondo del Sutra del Loto con il relativo commentario, oltre alla raccolta dei documenti in cui sono contenute le opinioni ufficiali e a quella degli editti imperiali.».

IL SERENO STATO VITALE DEL BUDDA
Possiamo senza dubbio affermare che il Daishonin chieda di conoscere i nomi dei caduti nei combattimenti di Kyoto e Kamakura perché vuole recitare Daimoku per loro. In questo suo gesto di pregare per l’eterna felicità delle persone nelle tre esistenze di passato, presente e futuro possiamo intravedere la sua compassione senza limiti. Nichiren chiede inoltre, a chi avesse intenzione di fargli visita a Sado, di portare con sé alcuni testi di riferimento fra cui l’antologia dei testi non buddisti, Parole e frasi del Sutra del Loto di T’ien-t’ai e altri saggi. Nel suo remoto luogo d’esilio il Daishonin  si dedicava con passione ancora più intensa all’importante compito di esporre con chiarezza il proprio pensiero, allo scopo di guidare all’Illuminazione tutte le persone dell’Ultimo giorno. Questo passo in cui chiede che gli vengano inviati vari testi mette in luce il suo sereno stato vitale, per nulla influenzato dalle circostanze in cui si trovava a vivere. Che indicibile coraggio devono aver tratto i suoi discepoli da queste poche righe introduttive!

«Le cose che le persone temono di più in questo mondo sono il dolore del fuoco, il balenare delle spade e l’ombra della morte. Perfino i buoi e i cavalli hanno paura di essere uccisi, non c’è da meravigliarsi che gli esseri  umani abbiano paura della morte; perfino i lebbrosi sono attaccati alla vita, a maggior ragione le persone sane».

 

LA QUESTIONE FONDAMENTALE DELLA VITA E DELLA MORTE

«Le cose che le persone temono di più in questo mondo…». Con queste parole il Daishonin introduce la sezione centrale della lettera, attirando l’attenzione sulle preoccupazioni che pesano sul cuore delle persone. Gli esseri viventi temono la morte e si attaccano alla vita. «Il dolore del fuoco» rappresenta gli incidenti e i disastri naturali, «il balenare delle spade» indica la violenza o la guerra. Ma è probabilmente vero che niente è più spaventoso dell’«ombra della morte», la prospettiva della propria scomparsa. E questo vale sia per gli animali che per gli esseri umani. Ma se non facciamo altro che aver paura della morte e attaccarci alla vita non riusciamo ad assaporare un’esistenza veramente profonda. Perché siamo nati? Qual è lo scopo della nostra vita? Perché moriamo? Solo riflettendo con onestà e sincerità sulla nostra esistenza possiamo condurre una vita di grande profondità e significato. Il Daishonin affronta il tema della vita e della morte per spiegare ai suoi seguaci, che stavano affrontando tremende avversità, che il Buddismo esiste per risolvere i problemi fondamentali dell’esistenza umana. E cerca di far loro comprendere che, per quanto possano infuriare le tempeste, non devono mai perdere di vista la fede, che è la base di tutto.

 

«Il Budda insegnò che piuttosto di ricoprire un intero sistema maggiore di mondi con i sette tesori, è meglio offrire al Budda e al Sutra [del Loto] il proprio dito mignolo. Il ragazzo delle Montagne Nevose offrì il suo corpo e l’asceta Colui che Aspira alla Legge si strappò la pelle [per potervi scrivere gli insegnamenti del Budda]. Poiché non c’è cosa più preziosa della vita, se la si dedica a praticare il Buddismo si consegue sicuramente la Buddità. Chi è pronto a dare la propria vita, perché dovrebbe lesinare altri tesori per la Legge buddista? D’altra parte, chi esita a offrire al Buddismo i propri beni materiali, come potrà dare la vita che ha un valore di gran lunga maggiore?».

 

PER QUALE SCOPO DOVREMMO USARE LA NOSTRA INSOSTITUIBILE ESISTENZA?

Per quale scopo allora dovremmo usare questa vita, che è insostituibile? In Lettera da Sado il Daishonin insegna che dedicando la nostra vita alla pratica del Buddismo possiamo conseguire la Buddità. Per sottolineare il significato di tale dedizione dapprima egli cita il ventitreesimo capitolo del Sutra del Loto, Re della Medicina. Indica poi gli esempi del ragazzo delle Montagne Nevose e dell’asceta Aspirazione alla Legge, che rappresentano entrambi Shakyamuni nelle esistenze passate in cui svolgeva la pratica del bodhisattva, per chiarire che la chiave per realizzare la nostra pratica buddista è impegnarsi senza lesinare la propria vita. Il Daishonin osserva che chi è pronto a dare la vita non esiterà a separarsi da qualsiasi altro tesoro. È come se stesse dicendo, con severa compassione, a quelli fra i suoi discepoli che tremavano al pensiero di essere perseguitati e di subire tremende conseguenze come ad esempio la confisca dei propri feudi: «Le persecuzioni che stiamo affrontando non sono forse un’impareggiabile occasione di dare le nostre vite in cambio della Buddità? Davanti a noi c’è la meta di ottenere la suprema condizione vitale, di cosa dovremmo aver paura?». Lo spirito che trasmette questo brano può esserci di lezione ancora oggi. A cominciare dal fatto che, come abbiamo sottolineato prima, il semplice attaccamento alla vita non produce un’autentica felicità. Ciò che ci mette in grado di provare un senso di profonda gioia e soddisfazione è percepire e stabilire lo scopo fondamentale della nostra esistenza (il perché viviamo) ricercando il modo corretto di vivere di conseguenza, pronti ad affrontare ogni avversità che ciò possa comportare. Se permettiamo a noi stessi di essere controllati da desideri superficiali e lesiniamo la nostra vita al momento cruciale, i nostri cuori diverranno aridi e non riceveremo altro che infelicità e rimpianti. Inoltre l’elevata condizione vitale che si acquisisce con la pratica buddista è eterna e trascende la natura limitata dell’esistenza presente. Se dedichiamo la nostra preziosa esistenza al Buddismo possiamo essere certi che godremo di abbondante felicità e di benefici in tutte le esistenze future. Arrivare a considerare le cose dal punto di vista dell’eternità della vita – attraverso le tre esistenze di passato, presente e futuro – e anche in termini di felicità eterna costituisce un punto di svolta fondamentale per riuscire ad affrontare e superare molti problemi nella vita personale e nella società. Quanto più i singoli individui acquisiscono una prospettiva corretta sulla vita e la morte, tanto più si eleverà la condizione vitale di tutta l’umanità nel suo complesso. Affinché una filosofia possa aprire nuove possibilità per la società del ventunesimo secolo essa deve mettere in grado di distinguere fra visioni superficiali e visioni profonde della vita e della morte. Come praticanti del Buddismo del Daishonin siamo all’avanguardia in questa impresa. Andiamone fieri e avanziamo con questa convinzione.

«Secondo le regole della società, bisogna ricambiare un grande favore anche a costo della vita. Molti guerrieri perdono la vita per il loro signore, forse più di quanti si possa immaginare. Un uomo è disposto a morire per il suo onore, una donna è disposta a morire per un uomo. I pesci vogliono sopravvivere e, deplorando la scarsa profondità dello stagno in cui vivono, scavano buche sul fondo per nascondersi, eppure, ingannati dall’esca, abboccano all’amo. Gli uccelli sugli alberi temono che questi siano troppo bassi e si appollaiano sui rami più alti, eppure, abbagliati dall’esca, si fanno prendere nella rete. Gli esseri umani sono altrettanto vulnerabili. Danno la vita per superficiali cose mondane, ma raramente per i preziosi insegnamenti del Buddismo. Fa poca meraviglia che non conseguano la Buddità».

DEDICARE QUESTA VITA SUPREMA AL BUDDISMO
Precedentemente il Daishonin, sottolineando il fatto che spesso le persone perdono la vita in incidenti o in conflitti armati – che lui chiama “il dolore del fuoco” e il “balenare delle spade” – ci ricordava quanto ogni individuo consideri preziosa la propria vita. In questo brano osserva che ci sono molti esempi di persone che adeguano la loro vita ai valori e alle convenzioni morali della società a cui appartengono. E ci sono anche molti casi in cui si finisce per sacrificare stupidamente la propria vita proprio cercando a tutti i costi di proteggersi dai pericoli. Il comportamento dei pesci e degli uccelli qui descritto si basa su acute osservazioni di antichi pensatori che compaiono in opere come Zhenguan Zhengyao (I fondamenti di governo dell’era Chen-kuan), un classico cinese sull’arte del comando. L’espressione «abbagliati dall’esca» è una metafora per indicare come gli esseri umani – pur prendendo misure e precauzioni per la propria sicurezza – provochino la propria autodistruzione travolti dai desideri del momento oppure a causa di errori di valutazione dovuti alla loro mentalità ristretta. Purtroppo questo genere di follia umana è ancora molto frequente al giorno d’oggi. Il Daishonin perciò consiglia di non donare la vita – la cosa più preziosa che abbiamo – «per superficiali faccende mondane», ma di dedicarla invece «ai preziosi insegnamenti del Budda». Pur esprimendo il concetto di “non lesinare la propria vita”, il Buddismo del Daishonin non insegna affatto il martirio o il sacrificio sprezzante di sé. Makiguchi, Toda ed io, i primi tre presidenti della Soka Gakkai, abbiamo agito determinati a portare avanti kosen-rufu affinché nemmeno un singolo membro fosse sacrificato, decisi a dare tutti noi stessi a tale scopo. Questo deve rimanere lo spirito dei successivi presidenti della Soka Gakkai anche nel futuro. Non dovete assolutamente gettare via la vostra preziosa vita. Ai giovani uomini e alle giovani donne vorrei dire: per quanto possano essere dolorose o difficili le sfide che state affrontando, non dovete mai disprezzare o danneggiare la vostra vita o quella degli altri, perché ciascuno di voi è dotato della misteriosa, suprema e nobile natura di Budda. Ma come dovremmo praticare per dedicare questa vita inestimabile ai «preziosi insegnamenti del Budda»? In un altro scritto [L’offerta del riso] il Daishonin dice, riguardo al conseguimento della Buddità da parte delle persone comuni nell’Ultimo giorno della Legge: «Per quanto riguarda il conseguimento della Buddità, le persone comuni, tenendo bene in mente le parole “determinazione sincera”, diventano Budda» (RSND, 1, 998; cfr. SND, 4, 286). Questo brano esprime lo spirito di non lesinare la propria vita nella sua forma più alta. Qui il Daishonin dichiara energicamente che le persone comuni di quest’epoca, senza dover sacrificare la vita come il ragazzo delle Montagne Nevose, possono conseguire gli stessi benefici che derivano da tale dedizione altruista attraverso la loro “sincera determinazione”. Come dice il Daishonin, è il cuore che è importante. Si tratta di compiere in un singolo istante di vita gli sforzi di milioni di kalpa in nome del Buddismo, per la nobile causa di kosen-rufu. Per quanto ci riguarda, non lesinare la vita significa in ultima analisi recitare costantemente Nam-myoho-renge-kyo senza paura, impegnandoci con tutto il cuore a dare prova della nostra fede per il bene del mondo, per il bene del futuro e per il bene delle altre persone. Makiguchi chiamava questo «un modo di vivere altruistico di grande bontà», un modo di vivere caratterizzato dal superamento del proprio egoismo e delle proprie paure, e dall’impegno per la felicità propria e degli altri. Egli spiegava: «È un modo di vivere comune, di semplice umanità, e chiunque abbia occasione di provarlo coscientemente e di capire che è universalmente accessibile sentirà l’insopprimibile desiderio di abbracciarlo, sentirà di non poterne fare a meno». Perciò Makiguchi affermava che la Soka Kyoiku Gakkai (lett. “società per la creazione di valore”, come si chiamava in origine la Soka Gakkai) «era la prova vivente di una vita di grande bontà». In altre parole, la dedizione altruista consiste in un modo di vivere apparentemente comune e possibile per chiunque. Un vero esempio di tale dedizione è costituito dai nostri sforzi quotidiani per kosen-rufu, nei quali ci impegniamo anima e corpo allo scopo di incoraggiare gli altri e far conoscere con sincerità la grandezza del Buddismo a quelli che ci circondano. «Il Buddismo deve essere propagato con il metodo di shoju o di shakubuku, a seconda dell’epoca. Sono paragonabili alle due arti mondane della penna e della spada».

«Il Buddismo deve essere propagato con il metodo di shoju o di shakubuku, a seconda dell’epoca. Sono paragonabili alle due arti mondane della penna e della spada».

L’ULTIMO GIORNO DELLA LEGGE È SOLTANTO L’EPOCA DI SHAKUBUKU
In questo passo il Daishonin spiega qual è la pratica buddista adatta all’Ultimo giorno. Shoju significa spiegare la Legge secondo la capacità di ciascuna persona. Shakubuku significa insegnare direttamente il principio fondamentale di Nam-myoho-renge-kyo, così com’è. Qui il Daishonin dice che il metodo di propagazione da scegliere dovrebbe dipendere dall’epoca o tempo. Si può determinare quale sia il metodo adatto a un particolare periodo soltanto attraverso una profonda comprensione di ciò che le persone e i tempi stanno cercando. I sutra buddisti in genere dividono il tempo successivo alla morte del Budda in tre periodi: il Primo, il Medio e l’Ultimo giorno della Legge. Nello scritto La scelta del tempo il Daishonin dice: «Prendiamo a prestito l’occhio del Budda per valutare il tempo e la capacità [delle persone]» (RSND, 1, 481; cfr. SND, 2, 9). Determinare il tempo – rispetto alla scelta del giusto metodo di propagazione per una certa epoca – richiede di vedere le cose attraverso le penetranti lenti della saggezza del Budda. Josei Toda, in una lezione che tenne su Lettera da Sado, commentò la frase: «Il Buddismo dev’essere propagato con il metodo di shoju o di shakubuku, a seconda dell’epoca» con queste parole: «Non dobbiamo fraintendere il significato della parola “tempo” o “epoca”. Il Daishonin dice che dovremmo impiegare shoju oppure shakubuku a seconda del tempo, ma molti pensano erroneamente che ciò significhi poter decidere arbitrariamente quale sia l’epoca in cui usare un certo metodo di propagazione. Per esempio pensano: “Siccome in questo momento le persone nella società sono molto critiche nei confronti del Buddismo del Daishonin, usiamo il metodo di shoju”. Oppure: “Siccome le persone sono abbastanza tranquille e non fanno obiezioni, impieghiamo il metodo di shakubuku”. Questo è sbagliato. “Tempo” qui si riferisce al Primo, al Medio e all’Ultimo giorno della Legge. E l’Ultimo giorno della Legge è soltanto l’epoca di shakubuku». Ogni volta e in ogni luogo dove facciamo attività non dobbiamo mai dimenticare di farci guidare dallo spirito di shakubuku, lo spirito di condividere Nam-myoho-renge-kyo con gli altri. Questo deve essere il comportamento dei veri discepoli di grandi maestri di shakubuku.

«Per tale ragione, i grandi saggi del passato praticarono gli insegnamenti buddisti nella maniera adeguata ai loro tempi. Il ragazzo delle Montagne Nevose e il principe Sattva sacrificarono il loro corpo quando fu detto loro rispettivamente che così facendo avrebbero udito in cambio l’insegnamento e che dare la propria vita è la pratica del bodhisattva. Ma perché si dovrebbe sacrificare la vita in un periodo in cui non occorre? In un’epoca in cui non c’è carta, dovremmo usare la nostra pelle. In un’epoca in cui non ci sono pennelli, dovremmo usare le nostre ossa. In un’epoca in cui la società onora chi osserva i precetti e pratica il corretto insegnamento e condanna coloro che infrangono o ignorano i precetti, bisognerebbe seguire rigorosamente tutti i precetti. In un’epoca in cui il Confucianesimo e il Taoismo vengono usati per sopprimere gli insegnamenti di Shakyamuni, si deve rischiare la vita per esprimere le proprie rimostranze all’imperatore, come fecero i maestri del Dharma Tao-an e Hui-yüan e il maestro del Tripitaka Fa-tao. In un’epoca in cui le persone confondono gli insegnamenti hinayana e mahayana, quelli provvisori e quello vero, le dottrine essoteriche e quelle esoteriche, come se fossero incapaci di distinguere le gemme dalle tegole e dai detriti o il latte di vacca dal latte d’asina, si dovrebbero chiarirne rigorosamente le differenze, come fecero i grandi maestri T’ien-t’ai e Dengyo».

NON AMMAINIAMO MAI IL VESSILLO DELLA PROPAGAZIONE
I grandi santi o bodhisattva del passato furono capaci di conseguire la Buddità praticando in accordo col tempo, una cosa alla quale il Buddismo attribuisce la massima importanza. Ancor prima dell’avvento di Shakyamuni, e della nascita del Buddismo come insegnamento vero e proprio, molti praticanti altruisti e rispettati maestri come quelli citati nel passo precedente diedero la vita per ricercare la profonda verità che avrebbe condotto all’Illuminazione. In un’epoca in cui gli insegnamenti del Budda sono ampiamente accettati nella società, coloro che li praticano hanno la responsabilità di dare il buon esempio in modo che tanti altri possano abbracciarli correttamente. Per contro, in un’epoca in cui il sovrano rifiuta e reprime il Buddismo, i suoi praticanti dovrebbero ammonirlo anche a rischio della propria vita. E in un’epoca in cui, all’interno del Buddismo, gli insegnamenti si mescolano insieme e le persone sono confuse rispetto a quali siano quelli corretti, è tassativo chiarire la superiorità relativa dei vari insegnamenti. Che epoca è dunque quella attuale? Il Buddismo si può trasmettere correttamente solo se si comprende qual è la pratica appropriata all’epoca in cui si vive. Qui, come indica il Daishonin riferendosi ai «grandi saggi del passato», coloro che sono in grado di riconoscere esattamente il tempo e compiere l’azione adatta quando è necessario vengono chiamati “santi” o “saggi”. Ciò che questi antichi cercatori della via e i maestri del Buddismo hanno in comune è lo spirito di proteggere la Legge, lo spirito di attribuire il massimo valore all’insegnamento corretto del Budda e di condividerlo con gli altri anche a costo della propria vita. Fu perché non risparmiarono le loro vite che compresero con chiarezza ciò che dovevano fare. Un requisito fondamentale dei maestri o leader buddisti è la capacità di capire il tempo e di propagare l’insegnamento in un modo che vi si accordi. La Soka Gakkai fu capace di continuare a crescere a grandi passi grazie alla guida dei suoi primi due presidenti, Makiguchi e Toda, che erano sempre in sintonia con i tempi. E anch’io, come terzo presidente, continuando nel mio cuore a dialogare con il mio maestro Toda, ho pregato e mi sono adoperato instancabilmente per tracciare un cammino verso kosen-rufu che fosse adatto ai tempi. Per questo il nostro movimento ha avuto un così grande successo. Nella primavera del 1980, dopo aver ultimato la mia quinta visita in Cina, volai direttamente da Shangai a Nagasaki per andare a incontrare i membri nel Kyushu: era il mio primo viaggio di incoraggiamento in una regione del Giappone da quando ero stato costretto a dimettermi da presidente della Soka Gakkai l’anno precedente.8 Dopo Nagasaki mi recai a Fukuoka, dove lanciai un appello ai miei amati discepoli del Kyushu animati dal profondo impegno di lavorare insieme a me per kosen-rufu: «Non dobbiamo mai ammainare il vessillo della propagazione! Non dobbiamo permettere che la fiamma della fede si estingua!». Dal Kyushu, una zona che aveva sofferto così tanto a causa dei problemi creati dal clero, lanciai una poderosa controffensiva, determinato a tenere vivo lo spirito della dedizione altruista a kosen-rufu che contraddistingue il Buddismo di Nichiren Daishonin. Con la consapevolezza che quello era il momento cruciale per gettare le fondamenta della vittoria eterna della Soka Gakkai, i membri del Kyushu si alzarono insieme a me. Quando i discepoli seguono la guida del maestro nel condurre una battaglia per kosen-rufu che si accordi col tempo, la vittoria è assicurata. E i membri del Kyushu scrissero la storia del loro trionfo. Ora sta ai nostri successori della divisione giovani portare avanti saldamente questo fondamentale spirito Soka di maestro e discepolo, e garantire che sia tramandato nel futuro, per l’eternità.

«È nella natura delle bestie minacciare il debole e temere il forte. Gli studiosi contemporanei delle varie scuole si comportano come loro: disdegnano un sapiente senza potere ma temono i governanti malvagi. Non sono altro che cortigiani servili. Solo sconfiggendo un potente nemico si può dimostrare la propria vera forza».

COLORO CHE PRATICANO L’INSEGNAMENTO CORRETTO NELL’ULTIMO GIORNO INCONTRANO RISENTIMENTO E PERSECUZIONI
Questo passo descrive l’atmosfera che prevale nell’Ultimo giorno della Legge, un’epoca in cui le persone che abbraccia- no l’insegnamento corretto incontrano risentimento e persecuzioni. La mancata esecuzione di Tatsunokuchi e l’esilio di Sado furono persecuzioni religiose compiute da funzionari governativi dispotici in combutta con preti degeneri come Ryokan del tempio Gokuraku-ji e altri, nel tentativo di distruggere il Daishonin e la sua comunità di credenti. La «natura delle bestie» indica la personalità tipica di individui come Ryokan e altri preti delle scuole buddiste ufficiali di quei tempi. Essi disprezzavano un uomo sapiente (il Daishonin) e temevano i sovrani malvagi (le autorità governative). Questo era il clima spirituale in Giappone, che condusse al violento giro di vite nei confronti del Daishonin e dei suoi seguaci. Ma il Daishonin affrontò con coraggio questa grande persecuzione dichiarando: «Solo sconfiggendo un potente nemico si può dimostrare la propria vera forza».

«Quando un governante malvagio si allea con preti che sostengono insegnamenti errati, per distruggere l’insegnamento corretto e liberarsi di un uomo sapiente, chi ha un cuore di leone conseguirà sicuramente la Buddità. Così ha fatto Nichiren. Non dico questo per arroganza, ma perché sono animato dalla forte volontà di preservare il corretto insegnamento».

SCONFIGGERE L’INGIUSTIZIA PROCLAMANDO A GRAN VOCE CIÒ CHE È GIUSTO
«Quando un governante malvagio si allea con preti che sostengono insegnamenti errati, per distruggere l’insegnamento corretto e liberarsi di un uomo sapiente…». Questa frase descrive l’immonda alleanza fra potere politico e autorità religiose. Le persecuzioni contro coloro che abbracciano l’insegnamento corretto seguono lo stesso schema in tutte le epoche. Nel mezzo di una disastrosa tempesta di persecuzioni il Daishonin continuò ad avanzare con «un cuore di leone», rifiutandosi di arretrare anche di un solo passo. Avere un cuore di leone significa riconoscere con calma la «natura delle bestie» per quella che è, e sconfiggerla. Nel Buddismo “re leone” è un altro nome del Budda. Quelli che si alzano con questo cuore o spirito sono certi di conseguire la Buddità. «Così ha fatto Nichiren», dice il Daishonin, esortando i discepoli a osservare il suo esempio e sottolineando che non sta dicendo questo per arroganza, ma per profonda dedizione all’insegnamento corretto. Dovremmo riflettere attentamente sulla profonda dedizione del Daishonin alla Legge. Se consideriamo la Legge più preziosa della nostra vita avremo il coraggio di dichiarare ciò che è giusto, fiduciosi e sicuri di noi stessi, senza paura di nessuno. In ciò risiede l’essenza fondamentale della fede. Da quando incontrai Toda più di sessant’anni fa (14 agosto 1947) sono stato un paladino della nobile causa della Soka Gakkai e ho proclamato gli ideali del nostro movimento in tutto il mondo, senza mai arretrare di un solo passo. Sono stato in grado di fare appello al potere della fede perché ho mantenuto una salda dedizione nel realizzare la visione del mio maestro, una grande guida di kosen-rufu, considerando questo obiettivo più prezioso della mia stessa vita. In altre parole, ho preso una ferma posizione e ho agito con lo spirito di proteggere senza riserve la Soka Gakkai, l’organizzazione che sta realizzando l’intento e il mandato del Budda, e di alimentarne la crescita in tutto il globo, così come Toda ardentemente desiderava. Lo spirito di non lesinare la propria vita e avere un cuore di leone sono come le due facce di una stessa medaglia, perché non risparmiare la propria vita per la Legge e avere un coraggio da leone nel combattere i nemici del Sutra del Loto sono essenzialmente la stessa cosa. Mi sembra che il messaggio centrale di questa prima metà di Lettera da Sado sia che i discepoli del Daishonin devono essere come il re leone, persone coraggiose che incarnano il suo stesso spirito di dedizione altruistica. Osserviamo come egli ponga con forza l’accento su questo punto. Le parole «Così ha fatto Nichiren» rappresentano un appello appassionato ai suoi discepoli, come se stesse esortandoli dal profondo del cuore: «Proprio come io ho sconfitto tutte le forze demoniache, così anche voi dovete tirar fuori un cuore da leone e vincere su tutte le forze negative. Battetevi con lo stesso spirito di Nichiren! Combattete al mio fianco, con la mia stessa determinazione!». Stava aspettando che sorgessero discepoli dotati del suo stesso spirito e della sua stessa dedizione. Durante la seconda guerra mondiale solo Makiguchi e Toda dimostrarono il coraggio da leone del Daishonin. Il clero, al contrario, cedette al proprio vigliacco tornaconto. L’eredità del Daishonin, il re leone altruista, oggi vive soltanto nella Soka Gakkai. Abbiamo ereditato fedelmente il suo spirito generoso e pieno di coraggio, tracciando un’ampia strada per la realizzazione di kosen-rufu a livello mondiale. Di conseguenza anche il nostro beneficio sarà altrettanto immenso. Con questa potente convinzione stringiamo legami con un numero sempre maggiore di persone condividendo con loro la vera grandezza del cammino Soka di maestro e discepolo.

«Un uomo arrogante sarà sopraffatto dalla paura di fronte a un forte nemico, come il superbo asura che si rimpicciolì e si nascose in un fiore di loto nel lago della Frescura quando fu redarguito da Shakra».

LO SPIRITO DI PROTEGGERE L’INSEGNAMENTO CORRETTO FA SORGERE UN CORAGGIO INFINITO
Le affermazioni del Daishonin che si riferiscono alla sua dottrina e alla sua pratica sono del tutto prive di arroganza. Egli fa notare che «un uomo arrogante sarà sopraffatto dalla paura di fronte a un forte nemico», ed è proprio così. La vera natura dell’arrogante è l’egocentrismo. Poiché è concentrato su di sé, quando si trova faccia a faccia con un potente avversario pensa unicamente alla propria salvezza ed è quindi divorato dal terrore. Per contro, chi ha un cuore da leone vive sempre basandosi sulla Legge e non essendo ossessionato da se stesso possiede una riserva infinita di coraggio per opporsi saldamente a chi sta distruggendo la Legge.

«Persino una sola parola o frase dell’insegnamento corretto, se è adatta al tempo e alle capacità delle persone, permetterà di raggiungere la via mentre, anche studiando mille sutra o diecimila trattati, non si conseguirà la Buddità se questi insegnamenti non si accordano con il tempo e le capacità delle persone».

LA PRATICA CHE SI ACCORDA COL TEMPO E LE CAPACITÀ DELLE PERSONE
Shakubuku significa denunciare gli errori nell’ambito del Buddismo con un cuore di leone, e spiegare quale sia invece l’insegnamento corretto. Fino a quando una persona mantiene questo spirito coraggioso – dice il Daishonin – anche una sola parola o frase dell’insegnamento corretto gli conferiranno il beneficio di conseguire la Buddità. Ma senza questo spirito – lo spirito di shakubuku basato sul desiderio di proteggere la Legge – non si può raggiungere la Via, nemmeno studiando mille sutra o diecimila trattati. Lo scrittore britannico G. K. Chesterton (1874-1936) sosteneva: «Un martire è un uomo a cui importa così tanto di qualcosa al di fuori di sé al punto di dimenticarsi della propria vita personale». Dal nostro punto di vista, «qualcosa al di fuori di sé» può indicare la Legge mistica e i nostri maestri di fede; i compagni di fede, gli amici, i nostri cari e tutta l’umanità; e anche la Soka Gakkai e kosen-rufu. «Dimenticarsi della propria vita personale» è un concetto paragonabile a «non risparmiare la propria vita» oppure allo spirito di «apprezzare la Legge più della nostra stessa vita». Una volta Toda in una lezione spiegò il significato della frase del Sutra del Loto che parla di «non lesinare la propria vita» (cfr. SDL, 302): «Senza altruismo non potremmo recitare Daimoku… Sono sicuro che nessuna delle persone a cui avete cercato di far conoscere il Buddismo vi ha lodato per questo. Senza lo spirito di non lesinare la nostra vita, non possiamo realizzare kosen-rufu. Se qualche epiteto o una reazione violenta bastano a scoraggiarvi, avreste fatto meglio ad evitare di disturbarvi fin dal principio». Questo era lo spirito di Toda, grande leader e maestro di shakubuku. Sin dai primi giorni del nostro movimento i membri della Soka Gakkai hanno continuato con coraggio e perseveranza, senza mai stancarsi, a condividere con gli altri la Legge mistica, proprio come lui aveva insegnato. Ciascuno di voi, che ha impresso nel cuore questo spirito di maestro e discepolo e che onestamente s’impegna giorno e notte per il bene della Legge, della società e dei compagni di fede, è un vero campione di dedizione altruista che ha il cuore di un leone. A voi vanno tutte le mie lodi. Finché lo spirito di maestro e discepolo verrà trasmesso alle generazioni future la Soka Gakkai continuerà a crescere e a prosperare. Voglio dichiararlo con forza a tutti i miei discepoli diretti e in particolar modo ai giovani. «Seguite le orme dei maestri che incarnano il cuore del leone! Discepoli, vincete con un cuore di leone!». Questo è il motto per la vittoria eterna dei maestri e dei discepoli Soka che leggono Lettera da Sado con la loro stessa vita.

Spiegazione di Daisaku Ikeda Buddismo e Società n. 135

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