Una nuova serie di incoraggiamenti del presidente della SGI Daisaku Ikeda rivolti ai membri della Divisione scuole medie e scuole superiori.

Una spiaggia delle Hawaii
– Il fiore del sorriso –

L’estate è la stagione in cui i giovani traboccano dell’energia dei cavalli al galoppo. Ricordo che durante una mia visita alle Hawaii vidi un cavallo piuttosto insolito. Era il luglio del 1985. Tra una riunione e l’altra ero rientrato nella mia stanza d’albergo di Honolulu, e contemplavo la spiaggia dalla finestra ascoltando il suono delle onde che si frangevano e le voci allegre della gente. All’improvviso scorsi sulla spiaggia un bellissimo cavallo bianco scolpito da un artista sconosciuto. Il suo realismo era stupefacente, così perfetto che sembrava potesse lanciarsi al galoppo in qualsiasi momento. Nichiren Daishonin scrive: «Il nitrito dei cavalli bianchi è il suono delle nostre voci che recitano Nam-myoho-renge-kyo» (Re Rinda, RSND, 1, 880). Quando facciamo Gongyo e Daimoku con vitalità, come il nitrito dei cavalli bianchi, dentro di noi emerge un nuovo spirito di sfida. Continuiamo a recitare Daimoku in questo modo ed entriamo energici al galoppo in un’estate di vittoria!

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Le Hawaii sono tra le destinazioni turistiche più apprezzate al mondo. Sono formate da sei isole maggiori, di cui fanno parte Oahu, dove si trova la capitale Honolulu, e la “Big Island”. Le Hawaii hanno forti legami con il Giappone. La prima emigrazione giapponese alle Hawaii risale al 1868. Questo è il motivo per cui tante parole giapponesi vi sono largamente usate, come per esempio bento (pranzo al sacco), shibai (commedia teatrale), janken (morra) e bon odori (danza tradizionale giapponese). L’espressione comunemente usata per salutare, sia al momento dell’incontro sia quando ci si congeda, è aloha, una parola che esprime sentimenti di reciproco rispetto e amore. Alle Hawaii convivono in armonia culture e tradizioni diverse: persone di origine asiatica, europea e africana, oltre ai nativi hawaiani. Tutti si salutano dicendo “aloha”. Le Hawaii rappresentano un microcosmo di pace, un perfetto insieme di persone unite dallo spirito di “aloha”. Gli abitanti amano la natura, la famiglia, gli amici, la pace e fanno delle loro isole un microcosmo basato sull’amicizia e la coesistenza pacifica. Ma le Hawaii sono anche il luogo in cui scoppiò una brutale guerra mondiale. La mattina del 7 dicembre del 1941, l’esercito giapponese attaccò Pearl Harbor, innescando la Guerra del Pacifico. All’epoca avevo tredici anni e aiutavo la mia famiglia consegnando i giornali, dal momento che i miei fratelli più grandi erano stati chiamati alle armi. Ricordo ancora la prima pagina del giornale che annunciava l’attacco a sorpresa. La fiducia che gli immigrati giapponesi alle Hawaii avevano conquistato negli anni lavorando duramente, fu distrutta in un istante. Per dissipare questa sfiducia e dimostrare la loro lealtà agli Stati Uniti, molti giapponesi di seconda generazione, di nazionalità americana, si arruolarono volontariamente nell’esercito al fianco dei compagni statunitensi. Queste unità speciali che si distinsero per il loro coraggio, sono quelle che ricevettero il maggior numero di riconoscimenti e decorazioni, ma al tempo stesso subirono il maggior numero di perdite in termini di vite umane. «Niente è più barbaro della guerra. Niente è più crudele»: queste sono le parole con cui si apre il mio romanzo La rivoluzione umana. La Seconda guerra mondiale arrecò terribili sofferenze alle persone in tutto il mondo. Si dice che le vittime giapponesi della Guerra del Pacifico ammontino a due milioni e mezzo, mentre altri diciotto milioni di persone furono uccise nei paesi asiatici invasi dai giapponesi. Ciò significa che in tutto il Giappone e in Asia morirono una persona su trenta. Nella guerra non ci sono vincitori. Quella tragica guerra terminò il 15 agosto 1945. Io allora avevo diciassette anni e mio fratello maggiore, che amavo profondamente, rimase ucciso nella battaglia di Burma (l’odierna Myanmar). Mai dimenticherò l’espressione di mia madre quando, due anni dopo la fine della guerra, ricevette la notizia della morte di suo figlio: le sue esili spalle sussultarono come se cercasse di soffocare il dolore. Quel giorno fu l’inizio della mia lotta per la pace.

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Il 2 ottobre 1960 partii dalle Hawaii per intraprendere il mio viaggio per la pace nel mondo. Portavo nel taschino una fotografia del mio maestro, il secondo presidente della Soka Gakkai Josei Toda, che aveva coltivato il grande desiderio di liberare il mondo dall’infelicità. Il giorno dopo, la mattina presto, arrivai all’hotel di Honolulu e feci una passeggiata sulla spiaggia, al sorgere del sole. Mi tornarono alla mente le parole che Toda mi aveva rivolto molti anni prima, nell’estate del 1954, durante una passeggiata in riva al mare di Atsuta, la sua città natale, in Hokkaido: «Oltre questo oceano ci sono vasti continenti. Il mondo è grande e tante persone stanno soffrendo terribilmente. Devi aprire la strada di kosen-rufu nel mondo al posto mio». Ho fatto miei gli ideali e i desideri del mio maestro e, una volta divenuto presidente della Soka Gakkai all’età di trentadue anni, contemplando il sole nascente sulle Hawaii, ho promesso con tutto me stesso di sforzarmi instancabilmente per la pace nel mondo.

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L’allora governatore di stato delle Hawaii George Ariyoshi, parlando dello spirito hawaiano di aloha durante la riunione generale della SGI statunitense, tenutasi nel luglio del 1975, affermò: «Aloha rappresenta lo spirito di tolleranza e accettazione, uno spirito di mutua comprensione che avvicina le persone trascendendo le differenze di lingua ed etnia». Egli riteneva che la SGI incarnasse questo spirito ideale. Ci incontrammo per la prima volta il 22 gennaio del 1975, quattro giorni prima che venisse fondata la Soka Gakkai Internazionale sull’isola di Guam. Il governatore Ariyoshi, i cui genitori provenivano dall’isola giapponese di Kyushu, era alto e magro, giovane e attraente. Eletto da poco, era il primo governatore di origini nipponiche di uno stato americano, e per le Hawaii stava iniziando una nuova era. Da giovane Ariyoshi voleva diventare avvocato. Si impegnò molto negli anni della scuola media per superare un disturbo del linguaggio che poteva essere di ostacolo alla realizzazione dei suoi sogni. Grazie a uno dei suoi insegnanti, che con costanza gli impartiva lezioni speciali di dizione, fu in grado di superare il problema e di realizzare così il suo sogno di diventare avvocato. Ariyoshi custodiva nel cuore una frase giapponese che suo padre ripeteva spesso, okage sama de, che letteralmente vuol dire «sono quel che sono grazie a te». È un’espressione che trabocca di rispetto e gratitudine. Se oggi guardiamo alla società, vediamo spesso persone che mirano al proprio benessere a scapito della felicità degli altri. Lo spirito di gratitudine e apprezzamento che si esprime nelle parole okage sama de può costituire l’acqua che dona vita nel deserto spirituale di questa società. È la forza trainante per costruire la pace. Coloro che provano gratitudine riconoscono il debito che hanno verso le persone e si impegnano per ripagarlo. Per questo agiscono per il bene degli altri. D’altro canto, coloro che mancano di spirito di gratitudine e apprezzamento, cercano di manipolare le persone spingendole ad agire per il proprio interesse. Essere così egocentrici ed egoisti porta a perdere la capacità di provare empatia per gli altri e può arrivare a causare perfino la guerra. Spero che tutti voi, miei giovani amici della Divisione futuro, nutrirete sempre gratitudine per le persone che fanno parte della vostra vita e diverrete costruttori di pace in grado di mostrare gratitudine per gli altri, sia con le parole che con le azioni. In particolare, avete un gran debito verso i vostri genitori e verso tutti coloro che vi hanno aiutato a crescere. Spero che sarete per loro bravi figli e figlie, di cui possano essere felici e orgogliosi.

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Il governatore Ariyoshi disse anche che vivere alle Hawaii vuol dire imparare a comprendere le differenze reciproche senza che diventino motivo di scontro. Ho fatto voto e ho sempre agito sinceramente affinché dalle Hawaii avesse inizio un secolo di pace. Durante il mio primo viaggio alle Hawaii visitai il cimitero monumentale nazionale del Pacifico, situato a Punchbowl Crater, che domina la città di Honolulu, dove riposano in pace le vittime delle due guerre mondiali, la guerra coreana e quella vietnamita. Attraversai il cimitero leggendo i nomi sulle lapidi e offrendo intense preghiere per ognuna di quelle vite. Ho fatto questo ogni volta che sono tornato alle Hawaii. Quando nel 1981 ho visitato il Memoriale USS Arizona, ho offerto fiori davanti all’iscrizione su cui sono scolpiti i nomi delle vittime della guerra, recitando Nam-myoho-renge-kyo a ogni nome. Ognuno degli oltre venti milioni di individui che morirono nella guerra del Pacifico aveva un nome. Avevano famiglie che si erano rallegrate il giorno della loro nascita. Avevano amici intimi e ognuno di loro aveva condiviso la propria esistenza, il tesoro più prezioso, con i propri cari. Prima di essere americani o giapponesi, erano tutti esseri umani.

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Il 17 gennaio 1995 si verificò il grande terremoto di Hanshin. In quel periodo avevo programmato di recarmi alle Hawaii, ma ritardai la mia partenza fino all’ultimo momento, cercando di essere d’aiuto nelle operazioni di soccorso. Inoltre ridussi al minimo la mia permanenza alle Hawaii, ripartendo subito per il Kansai dove c’era stato l’epicentro del terremoto. Il giorno successivo all’arrivo alle Hawaii tenni una conferenza al prestigioso Centro Oriente-Occidente. Parlai di come Shakyamuni si fosse impegnato a portare avanti un dialogo coraggioso per mediare un conflitto tra due tribù armate: «I nostri tempi richiedono una saggezza che, piuttosto che dividerci, faccia emergere ciò che condividiamo in quanto esseri umani». Sono fermamente convinto che sebbene le differenze possano inizialmente separarci, siamo tutti esseri umani e comunicando su questa base possiamo arrivare a comprenderci e a porre fine alla guerra. Desidero che voi, miei preziosi giovani amici, ereditiate questa convinzione.

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Un saggio proverbio hawaiano afferma: «La vita rivela sempre nuove possibilità». Le vostre giovani esistente, in particolare, sono sempre piene di fresche e infinite possibilità. Perciò non dovete mai sminuirvi. In quanto giovani, vivere le vostre vite pienamente è di per sé fonte di luce e felicità. Se siete energici e dinamici, sarete in grado di migliorare il mondo oltre ogni limite. Nichiren Daishonin scrive: «Il primo di tutti i tesori è la vita stessa. È scritto che nemmeno i tesori dell’intero sistema maggiore di mondi possono uguagliare il valore del proprio corpo e della propria vita. Persino tutti i tesori di un intero sistema maggiore di mondi non possono sostituire la vita» (L’offerta del riso, RSND, 1, 997). La vita comprende tutto e possiamo farla risplendere luminosa: è il più grande tesoro dell’universo. La parola giapponese che indica la vita, jinsei, è formata da due caratteri, jin (gente) e sei (vivere) e può essere letta come “vivere con la gente”. Pensate a coloro con cui condividete la vostra esistenza. Possono essere i vostri genitori, i vostri fratelli e sorelle, i vostri compagni di classe, gli amici delle attività extrascolastiche, la famiglia Soka della vostra zona o i vostri compagni della Divisione futuro. Pronunciate i loro nomi ad alta voce e immaginateli nella vostra mente. Trattare ognuno di loro come il tesoro più prezioso: questa è la pace. I sorrisi e le risa dei vostri genitori; la gentilezza e il sostegno di un amico; lo sguardo rilucente e la determinazione di un altro; il sincero incoraggiamento di un compagno membro della SGI: invece che dare queste cose per scontate, abbiate gratitudine, secondo lo spirito di okage sama de, e ricambiatele con la stessa moneta. Questo è il primo passo, il più autentico e sicuro, verso la pace. Un altro proverbio hawaiano recita: «Per quanto piccolo, ogni fiore riempie di profumo l’erba che lo circonda». Per quanto piccolo, un fiore è un fiore. Impregna del suo profumo tutto lo spazio intorno. Quando, impegnandovi per essere buoni amici e buoni figli, fate sbocciare il fiore del sorriso, siete in grado sicuramente di trasformare il luogo dove vi trovate in un giardino di pace e felicità. Accendete il motore del coraggio e salpate con i vostri amici per la grande avventura di realizzare un universo di pace!

 

 

Daisaku Ikeda, 1 agosto 2014